Il Maestro Antonio Brena: la profondità nella musica
Il Maestro Antonio Brena direttore d’orchesta e compositore.
Durante la sua carriera ha attravesato vari preriodi di trasformazione della musica, dell’estetica legata legata a essa. Quello che colpisce è la sua porfondità umana è uno smodato amore per la musica. Trai i suoi impegni abbiamo avuto modo di intervistarlo.
Buongiorno Maestro, ci faccia una panoramica della sua carriera?
La mia carriera è iniziata negli anni 80 fondando l’Orchestra da Camera Barocca di Bergamo, dopo aver frequentato Corsi internazionali di direzione a Pescara, Bucarest e Vienna. Avevo capito che bisognava partire con gradualità e credo proprio che la letteratura barocca mi abbia aiutato a entrare con la mente e con il cuore nelle trame delle partiture e nella struttura della costruzione strumentale. Dopo qualche hanno ho affrontato i primi concerti sinfonici e polifonici: altra tappa evolutiva per frequentare un repertorio sempre più complicato e impegnativo. Finché nel 1998 , 150mo anniversario della morte di Gaetano Donizetti, nell’ambito delle celebrazioni, il comitato mi affidò la direzione della prima opera (incompiuta) del compositore bergamasco: L’ira di Achille ( esiste ancora un’incisione cd acquistabile in internet). Per me rappresentò una svolta: capii di essere in grado di dirigere l’opera lirica , così dedicai il mio lavoro a questo.
Dapprima stagioni liriche estive in giro per la Lombardia, poi un’intera stagione musicale a Milano (al teatro Sab Babila) con 8 opere da Otello a Tosca e 2 operette, più il Concerto di capodanno e il Requiem di Mozart. Un vero tour de Force con 12 Concerti in soli 9 mesi. Ormai sono 25 anni che praticamente dirigo quasi solo opere liriche. Fuori d’Italia ho diretto qualche concerto in Germania e a Montecarlo. Una carriera ” da provincia” se vogliamo, ma stimolante per l’incontro con artisti spesso qualificati e per l’incontro con il pubblico, per certi versi, più genuino.
Oltre ai diplomi in composizione e direzione d’orchestra, lei è laureato anche in psicologia. Quest’ultima disciplina quale impatto ha avuto nella sua carriera?
La laurea in psicologia mi ha aiutato sotto due aspetti. Il primo relativo al rapporto diretto con personalità di individui (intendo artisti e musicisti) sempre diversi e differenti. Ognuno con il proprio temperamento e professionalità. Il secondo relativo alle dinamiche di gruppo con annesse problematiche comportamentali, conflittuali , emotive. E l’orchestra intesa come aggregazione di persone, si manifesta come tipico fenomeno di dinamiche di gruppo. Un direttore non deve solo dirigere, ma sapere accettare suggerimenti e visioni artistico-interpretative dai professori con cui lavora. Nel rispetto reciproco della loro competenza o esperienza. I musicisti (primi si chiamavano orchestrali) di oggi molto spesso vantano due, tre talvolta anche 5 lauree musicali (e non). Dunque vanno valutati e valorizzati nel lavoro comune di costruzione di un concerto.
Indubbiamente ha avuto modo di vivere la musica (mi passi il termine) nei periodi d’oro, quali sono i momenti che ricorda in particolare?
È vero. Fino ai primi anni 2.000 (in sostanza fino alla vera affermazione del computer e successivamente dei social) la musica classica dal vivo, riscuoteva ampie adesioni da parte del pubblico, i teatri quasi sempre erano pieni. Spesso si facevano anche repliche. I miei ricordi migliori sono appunto questi: partecipazione ampia, anche giovanile, recensioni sulla stampa e nei media, ma anche interlocuzione diretta col pubblico che non di rado al termine dell’ esecuzione ti aspettava per dialogare.
Cosa prova mentre dirige?
Quando dirigo provo gioia, emozione, soddisfazione. Gioia per far rivivere almeno in quel momento pagine piene di musica, solo scritta appunto. Emozione perché la musica fin da bambino mi emozionava. Enormemente mi emoziona di più studiandola per poi dirigerla addirittura. Soddisfazione nel vedere e sentire che tanto tempo dedicato allo studio, alle prove e al confronto con tanti musicisti , viene compiuto, realizzato e comunicato a chi viene per ascoltare.
Quale è l’impatto, dal punto di vista musicale che vuole trasmettere al pubblico?
Al pubblico vorrei trasmettere tutto il senso di bellezza, di perfezione creativa, di drammaturgia di pensiero e di umanità che ogni autore ha voluto manifestare nella propria opera.
Cosa si sentirebbe di dire a un che vuole intraprendere gli studi e una futura carriera musicale?
Sicuramente lo incoraggerei con tutta la mia capacità di convinzione ad andare avanti fino in fondo, superando ogni ostacolo e ogni rinuncia. Perché in cambio riceverà dalla musica molto ma molto di più. Soprattutto riceverà una forza interiore che darà senso e significato alla propria esistenza oltre che ad una visione del mondo equilibrata, lungimirante , aperta. Ma rafforzerà anche una personale autostima e gioia di vivere. Nella consapevolezza che non si è mai arrivati, che c’è sempre da imparare. Nel senso socratico: so di non sapere.
Quali sono i tuoi obiettivi per il 2025?
Per il 2025 ho in cantiere di rappresentare la mia prima opera lirica che ho terminato alla fine del 2024. Si tratta della novella “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler (contemporaneo di Freud con cui ebbe acambi culturali e letterari) che nel 1991 il grande regista Stankey Kubrik trasformò in film, il suo ultimo film. Ho scritto sia il libretto che la musica: un atto della durata di circa 1 ora. Spero proprio di poterlo rappresentare in occasione dell’80simo anniversario della fine della guerra. Perché pur narrando una vicenda amorosa è piena di temi e significati (psicologici, freudiani) che riguardano l’esistenza di tutti: eros e thanatos, cioè amore e morte, vita e sogno. Che sono esattamente il contrario della guerra evdella sopraffazione. E questo mi sembra il miglior messaggio da lanciare in un’epoca di decadenza e di pace instabile.

