Intervista al Maestro Cornacchia
Alfredo Luigi Cornacchia: pianista, organista e compositore.
Oggi parliamo del Maestro Cornacchia, classe 72, per definizione studioso e amante della musica. Diplomatosi in Pianoforte e Direzione d’Orchestra al Conservatori di Matera, Organo, Composizione al Conservatorio di Milano, Musica Corale e Direzione di Coro al Conservatorio di Bari e successivamente Diplome de Concert in Organo al Conservatorio di Ginevra. Come pianista ha partecipato a numerosi concorsi, classificandosi sempre nei primi posti.
Una attività sempre animata da una curiosità ad ampio spettro per l’arte dei suoni, dalla genesi dell’opera alla sua interpretazione. Uno sguardo dall’interno e dall’esterno del fare musica.
È questo ciò che anima la sua formazione: una curiosità di fondo che non può rimanere tale: essa sfocia in un approfondimento ad ampio raggio, che va dalla composizione alla direzione d’orchestra.
D: Buongiorno Maestro, abbiamo letto dei suoi innumerevoli studi, ad oggi quale la rappresenta di più?
R: Indubbiamente la composizione è ciò che sento più presente e costante nella mia attività di musicista; subito dopo metto la direzione d’orchestra. Nel mio caso, credo di poter parlare di fasi: sono partito dallo studio e dall’attività concertistica con il pianoforte, poi approdato alla composizione (anche se essa mi ha sempre accompagnato sin dall’infanzia), poi all’organo e alla direzione d’orchestra.
D: Dei suoi anni di formazione chi sente in particolare di ringraziare ancora oggi?
R: Insegnare è una attività che ha vari gradi di trasmissione dei saperi: io sono particolarmente grato soprattutto ai maestri checon il suo entusiasmo, la discrezione, la capacità di consigliare con educazione e rispetto, hanno saputo trasmettermi questi valori, oltre che una profonda competenza musicale. Ma in primis devo ringraziare mio padre, che è stato il mio primo maestro in assoluto, instradandomi alla musica tramite la conoscenza dei primi rudimenti, con la dedizione e l’amore che solo un genitore può trasmettere.
D: Quale è il compositore che sente più suo nell’esecuzione?
R: Anche in questo caso parlerei di fasi. Ci sono compositori che si apprezzano con gli anni; ebbene, l’amore per Beethoven, Bruckner e Brahms mi ha accompagnato sin da piccolo; con il tempo, ho scoperto la profondità di Schubert, l’immensità di Mahler e Wagner, la sincerità di Schumann.
D: Durante la sua carriera ha partecipato a concorsi sempre con un ottimo posizionamento, cosa significano per lei quei premi?
R: Il valore di un premio è sempre da valutare all’interno del proprio percorso. Per me, quei risultati sono serviti a confermare che ero sulla strada giusta. Il concorso deve essere prima di tutto una conferma, poi uno stimolo, mai una fredda competizione. In questo senso, condivido il pensiero di Bèla Bartok: “le gare sono per i cavalli, non per i musicisti”.
D: Lei è anche un compositore ci parli delle sue composizioni
R: Credo come tutti di aver seguito un percorso segnato da tante influenze. La personalità di un compositore oggi è un aspetto più complesso rispetto ai secoli precedenti. Sono un nostalgico che crede ancora alla necessità di comunicare qualcosa all’ascoltatore, pur muovendomi in un linguaggio sostanzialmente atonale. Certamente non sono indifferente all’evoluzione del linguaggio musicale. L’indagine sul ritmo e il fluire del tempo che da oggettivo si fa tempo dell’anima, sono i miei riferimenti quando devo scrivere un pezzo. Il processo compositivo mi fa pensare all’idea di un blocco marmoreo dentro cui si cela un’opera, come pensava Michelangelo: dall’idea generale si cesellano gradualmente i particolari, con una operazione progressiva di osservazione del materiale.
D: Qual è stato il momento che le è rimasto impresso negli anni di carriera e perché?
R: Un momento importante che ricordo sempre è l’esecuzione di una mia composizione organistica (“Dem Lieben Gott”) nella Cattedrale di Ginevra, sul prestigioso organo. Essa ha segnato un duplice risultato: il coronamento dei miei studi in Svizzera e la spinta a continuare nella mia attività di compositore, dato l’apprezzamento che ne ebbi.
D: Che cosa è la musica per lei?
R: La multiformità della fruizione oggi ha modificato anche il concetto di musica, e in generale, di arte. La musica oggi più che mai, è specchio della società e dei gusti del pubblico. Il rischio è un assoggettamento delle programmazioni per le esigenze di un mercato globale che è ormai diventato gigantesco, a scapito della genuinità degli artisti, aspetto che si è molto ridimensionato, se non per alcune produzioni di nicchia. Personalmente la concepisco come comunicazione, come ponte tra idee ed emozioni che si scambiano tra l’artista e il fruitore. Il valore aggiunto è che si tratta di comunicazione, condivisione di emozioni. Quando ciò non accade, siamo di fronte ad una idea più concettuale della musica, intesa più come atto di scrittura, di ricerca sonora; per ovvi motivi, diviene appannaggio di un pubblico di nicchia. Un altro aspetto che percepisco è la multiformità e la contaminazione dei generi e dei linguaggi, i quali hanno reso la musica certamente più trasversale, più cosmopolita, più universale rispetto ai confini più marcati che c’erano fino a un secolo fa.
D: Quali sono i suoi progetti futuri
R: Sto lavorando al recupero di composizioni di rara esecuzione, se non mai eseguite in tempi moderni. Mi riferisco ad alcuni autori pugliesi, tra cui Mercadante. Parallelamente, sto programmando l’incisione e pubblicazione della mia opera pianistica, progetti che dovrebbero concretizzarsi quest’anno. Infine, in programma la pubblicazione di una raccolta di mie poesie, una passione che coltivo sin da ragazzo.

