Intervista al maestro Gino Accardo
Sentimento, passione, espressione dell’anima.
Napoletano, nato al Vomero, Gino Accardo è un artista dotato di una voce istrionica, affascinante, affabulatrice, che lo rende unico nel panorama musicale della canzone classica napoletana. Molto stimato dalla critica, e considerato un talento del bel canto, l’artista riesce, con la sua calda voce, a trasmettere intense emozioni, e, grazie alla sua formazione poliedrica, “colora” le sue esibizioni, affascinando il pubblico con le sue coinvolgenti interpretazioni. La sua musica esprime gioia, forza, malinconia, tristezza: è consapevolezza dell’oggi, speranza verso il domani. I suoi concerti sono stati numerosissimi, sia in Italia che all’estero: Croazia, Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Svizzera, Australia, Canada. È stato presente in svariate trasmissioni televisive: “La vita in diretta”; “Stelle del Mediterraneo”; “Il Canta Giro”; “Miss Italia in Campania” (…)
Come nasce la sua passione verso la musica?
La mia passione verso la musica nasce dai miei sentimenti di rabbia, di rivalsa nei riguardi delle varie ingiustizie, che non ho mai tollerato. Ho sempre avuto il forte desiderio di dire al mondo “io ci sono”, “io voglio vincere”, nel senso di voler dimostrare la mia bravura nell’ambito, e di farlo in maniera onesta, senza alcuna raccomandazione. Ho sempre voluto assecondare, attraverso la musica, la mia autenticità e i miei valori.
In alcuni brani di sua composizione, è viva e radicata l’ispirazione alla figura di suo padre. Quanto è importante per lei rendergli omaggio attraverso la musica?
I genitori sono coloro che ci formano: ciò che ha sempre contraddistinto mio padre è stato il valore dell’onestà. L’educazione che lui mi ha dato, i pensieri che mi ha trasmesso, e che io proietto nel mondo, mi hanno sempre spronato a rendergli omaggio, ad evidenziare nel miglior modo possibile la sua figura di Uomo. Quando ho iniziato il mio percorso musicale, lui era molto incerto e titubante sul mio futuro: era preoccupato di ciò che sarebbe potuto accadermi, considerati i tanti disvalori nel mondo, le tante prevaricazioni, ingiustizie. Oggi mi piacerebbe fargli vedere che sono riuscito a mettere “un granellino di sabbia” in questo mondo, ma sono certo che mi stia osservando, che sia fiero di me, e che mi stia sorridendo da lassù.
“Ricorda, Gino, che Napoli ha bisogno di giovani come te, che portino avanti la vera cultura classica napoletana”. Questa una dichiarazione, segno di grande stima nei suoi riguardi, del cantautore e attore Roberto Murolo: quali sono i ricordi più belli delle vostre collaborazioni?
Roberto Murolo era molto, molto saggio. I tanti consigli che mi ha dato sono stati preziosi, e posso affermare, con forza, che mi hanno reso ciò che sono oggi. Mi è rimasta nel cuore una sua esortazione: “Non cantare per il tuo pubblico, canta per te stesso: quando canti per te stesso, canti anche per il pubblico, e il pubblico lo avverte”. Attraverso questo suo profondo insegnamento, ho imparato anche a saper divertirmi in modo sano, e, di conseguenza, a far divertire il pubblico.
Ha collaborato, inoltre, con il Maestro Eduardo Zapata, primo clavicembalista al mondo. Cosa ricorda maggiormente di questa esperienza?
Eduardo Zapata, come Roberto Murolo, è stato un grande Maestro che mi ha insegnato che la musica non ha confini. Non riesco, con le parole, a descrivere le emozioni che ho provato nel confrontarmi con lui. Ho avuto l’onore, il privilegio di ammirarlo, di ascoltarlo, di viverlo. Mi ricordo che, quando lavoravo per un nuovo brano, scoprivo, tramite i suoi suggerimenti, cose straordinarie, sempre nuove, lui è arrivato a livelli altissimi, l’ho sempre definito un genio della musica.
Lei ha avuto l’onore di cantare nel concerto al Campidoglio, al cospetto del Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi. Quali sono state le emozioni prevalenti?
Ero in una fase di incoscienza, nel senso che, trattandosi di una situazione immensa, sembrava surreale ai miei occhi. Cantare, per me, era “normale”; in quell’occasione, però, ero stranito, mi sembrava di sognare: questo è stato un meccanismo inconscio, che mi ha indotto a non avvertire alcuna pressione. Ho focalizzato l’attenzione su ciò che è stato solamente dopo la fine della mia esibizione, e, in quel momento, mi sono reso conto della mia grande soddisfazione.
I suoi concerti sono stati numerosissimi, non solo in Italia, ma anche in molte parti del mondo. Cosa si prova nel ricevere questo grande amore da parte del pubblico?
Quando il pubblico dona amore, è sinonimo del fatto che l’artista lo ha donato, in maniera spontanea, a sua volta. Le svariate emozioni, la speranza, un “messaggio” particolare: tutto questo è reciproco tra chi canta e chi ascolta, e crea un’energia pazzesca. Spesso, all’estero, ci si confronta con molti italiani presenti tra il pubblico, ed è bellissimo portare una parte dell’Italia, facendo sentire loro molti vicini alle loro origini. Questo mi gratifica moltissimo, soprattutto quando percepisco la commozione negli italiani all’estero, a tal punto da provocare in me la voglia di non scendere più dal palco.
Sentimento, passione, espressione dell’anima: queste le sue prerogative vincenti. In che modo è possibile, secondo lei, trasmettere tutto questo ai giovani cantautori di oggi?
Io credo che il valore della sensibilità vada proiettato nell’attività che si svolge. Provare una vera passione verso ciò che si fa, provoca l’autenticità, la forza dei sentimenti, che, inevitabilmente, “arrivano” agli altri. L’espressione fa parte della tecnica, dello studio. L’amore verso ciò che facciamo è importantissimo, senza amore tutto si spegne. Ai giovani bisogna dire di ricordarsi delle proprie radici: oggi tutto ciò che distribuiamo, soprattutto a livello musicale, arriva dall’estero. Invece è importante, secondo me, rispettare innanzitutto la propria cultura, riscoprire la propria vera identità, la propria verità.

